Principi educativi e false credenze: scontro e incontro

articolo scritto per Smallfamilies

Proseguiamo i nostri appuntamenti con i “Valori famigliari: verità assolute o false credenze?” partendo sempre dalla domanda: davvero le cose stanno come mi hanno sempre detto e insegnato in famiglia o esistono altri modi di vedere il mondo? L’obiettivo come detto nelle precedenti puntate (quiqui e qui)  è cercare di slegarci da un incantesimo che ci imprigiona e che può essere definito come la profezia che si auto-avvera quando pensiamo alle nostre più intime credenze e al nostro sistema valoriale. 

Quanto conta e quanto ci condiziona l’educazione ricevuta in famiglia? E soprattutto quanto influisce nelle relazioni un atteggiamento rigido su quelli che consideriamo “valori assoluti dell’educazione”? Non stiamo parlando di quella “buona educazione” (non parlare con la bocca piena, non mettere i gomiti sulla tavola, saluta quando entri in un negozio e via di seguito…) che ogni bambino ha il dovere e diritto di ricevere. Ci riferiamo qui, come in altri capitoli delle nostre storie pubblicate, a quel sottile e silenzioso groviglio di credenze e di assunti, taciuti e agiti fin da piccolissimi. E, a ben vedere, anche non mettere i gomiti sul tavolo potrebbe parlare di un intero sistema valoriale. Ma andiamo con ordine.

 

tratto dal portale Sociale Regione Lazio

 

Molto spesso scopriamo quale tipo di educazione abbiamo ricevuto proprio quando andiamo a scontrarci con altre educazioni e, sovente, questo divario diviene terreno fertile di scontri e incomprensioni. Spesso si arriva a capire che esistono modi diversi di fare e pensare le cose della vita quando sperimentiamo il diverso punto di vista “sul campo”, nel confronto con l’altro e nel momento in cui diviene necessario trovare una mediazione. Quando poi l’altro sono i nostri compagni o coniugi (declinati anche come ex), allora questo mondo di certezze comincia a scricchiolare e aprire una falla di incomprensioni e conflitti. Ciò si acuisce ancora di più quando di mezzo ci sono figli/e, poiché educare include quasi automaticamente il concetto di passare i propri valori a qualcun altro e, sempre quasi automaticamente, rimanda all’idea di un bimbo da crescere.

Volendo fare alcuni esempi, partiamo da quello più immediato: un gruppo familiare con un nuovo nato. Immaginiamoci dunque una coppia alle prese con un bebè o un bimbo di poco più grande, un cucciolo che corona e completa una bella (bellissima, normale, imprevista, sbagliata… fate voi) storia d’amore.

Far dormire o no il figlio nel lettone?

Assecondare i capricci o essere fermi al di là di ogni tentazione umana?

Prendere in braccio e consolare il pupo affranto o lasciare che passi attraverso le frustrazioni e impari l’autoconsolazione?

Far addormentare in braccio il pargolo disperato o non entrare nemmeno in camera “fin che sonno non ci separi”?

Crescerlo libero di sperimentare tutto come un gioioso e sereno selvaggio o porre dei limiti che gli permettano di essere subito ben accolto nel consesso sociale?

Cinque situazioni “classiche” di genitori alle prese con un piccolino, ma un tema unico riassumibile con: accoglienza, empatia, morbidezza, naturalità contro disciplina, rigidità, limiti, regole. Siamo in presenza – seppur estremizzata per semplicità – di una diversa educazione ai sentimenti e ai confini.

La coppia, ai primi appuntamenti, quasi certamente non avrà parlato di questi temi con cognizione di causa. Non avrà ovviamente pensato di dirsi queste cose durante gli incontri amorosi sulle panchine e forse nemmeno dopo; oppure l’avrà fatto pensando che una mediazione si troverà nel nome dell’amore. Eppure eccoli qui: di fronte al nuovo venuto i due non si riconoscono più.

Come poteva essere così poco comprensivo ed empatico lui? Come poteva essere così accondiscendete lei? Impensabile ritrovarsi adesso su due fronti opposti. Eppure spesso, molto spesso, accade.

E così a colpi di credenze mai esplicitate e di giudizi sibilati, la coppia consuma la serenità affrontandosi su un campo di battaglia che difficilmente troverà una mediazione davvero condivisa. Perché stiamo parlando di educazione alla vita, stiamo parlando di identità che si sono formate con differenti credenze ed educazioni (alle emozioni, ai confini, alle regole…). Con valori che forgiano l’individuo e raramente possono essere messi in discussione, se non attraverso esperienze dirette capaci di farci apprendere e apprezzare diversi modi di stare al mondo.

genitori in lotta
 

foto di apertura tratta dal sito Educarsi alla relazione

 

Lasciamo idealmente i due alle prese con il cucciolo: una metà della coppia basita al limite dell’imbarazzo alla sola idea di mettere nel letto il nuovo nato, perché il talamo è il luogo della coppia e dunque inviolabile e perché le regole si imparano fin da piccoli; sul fronte opposto, l’altra metà della coppia sgomenta nel constatare che il modo più naturale di essere genitori è quello animale e non si è mai visto un tigrotto dormire a venti metri da mamma tigre. Al momento i due mondi appaiono piuttosto inconciliabili e, nelle concrete metafore della vita, ecco che si scoprono due approcci diametralmente opposti sul fronte dell’educazione.

Adesso che avete davanti agli occhi questa situazione, che include figli, provate ad immaginarne altre, secondo il vostro vissuto, anche child-free. Ecco alcuni tempi che potrebbero aiutarvi:

Ordine e disordine

Condividere i propri problemi di coppia con gli amici o lavare i panni sporchi in famiglia

Appoggiarsi (praticamente o economicamente) ai genitori o cavarsela da soli sempre e comunque. Prima il dovere o prima il piacere?

E via così, a voi la fantasia.

Spesso quando si pensa a noi stessi e alle nostre famiglie di origine ci si concentra su elementi molto belli ma un po’ esteriori quali le gite in montagna, la passione per la scrittura o la lettura che abbiamo preso dalla mamma e altri aspetti romantici legati al nostro modo di essere.

Ce ne sono però di profondi e silenziosi che formano il nostro sistema di valori, aspetti che vengono dati per scontati e che ci portano ad avere un’idea un po’ monolitica e unica del modo “giusto” di vivere la vita.

Se nel primo esempio che vi abbiamo proposto è presente anche la figura del figlio, è perché la genitorialità può essere l’occasione utile a considerare proprio quegli aspetti e capire quanto di diverso c’è tra i nostri assunti e il sistema famigliare allargato (nonni, compagni, ex compagni…) che ci circonda e in cui siamo inseriti.

Allora, per non combattere la suocera o l’ex marito che sono davvero convinti che allattare al seno sia un dovere impartito dal cielo o non ritrovarci a difendere la nostra posizione di genitore con urla e nervosismo, forse possiamo fare un passo indietro e dove intravvediamo una differenza culturale e valoriale semplicemente fare delle domande esplorative:

“Tu come fai/faresti? Per quale motivo? Come si faceva nella tua famiglia? Come faceva tua madre?”.

E a questo aggiungere anche un racconto: “Ah, perché nella mia…”

Una linea che può valere anche in merito a temi più banali, che però indicano ugualmente valori dati come assoluti: la domenica si va dai genitori, se usi una cosa poi riponila subito, la casa è sempre aperta agli amici, si cena con la tv spenta, gli amici vengono prima di ogni altra cosa, la spazzatura la butta chi scende…

“Tu come fai/faresti? Per quale motivo? Come si faceva nella tua famiglia? Come faceva tua madre?”.

“Ah, è interessante, perché invece i miei genitori…”

 

Better family conversations

Mettersi in una posizione di ascolto e apertura può aiutare a comprendere l’altro, avere una maggiore consapevolezza che al di fuori di noi esistono tanti modi di concepire l’educazione dei propri figli e, perché no, la propria. Il consiglio è sempre lo stesso: non diamo nulla per scontato, non giudichiamo e non lasciamo che la nostra vulnerabilità apra il fianco alla ferita dell’incomprensione se qualcuno ci fa notare qualcosa o se non è d’accordo con noi.

Forse a un livello più alto e mitologico sono le nostre bisnonne che si fanno la guerra, pensare a questo aiuta a togliersi da sé: un approccio più distante può agevolare il confronto e sciogliere il conflitto legato all’affermazione del proprio ruolo.

Ricordiamoci sempre: siamo noi a definire il nostro punto di vista e dipende da noi stabilire come vogliamo reagire all’inatteso. Al posto della rabbia e dell’irrigidimento possiamo incanalare questa sensazione di estraneità in un dialogo profondo e nuovo con il proprio compagno o ex, fatto di esplorazione, accettazione e negoziazione. Questo approccio porterà in maniera più pacifica alla definizione di un sistema unico e specifico: la nostra famiglia e le sue nuove regole.


foto di apertura tratta dal sito Educarsi alla relazione

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